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L'Informazione

Stefano Salvi è intervenuto a Pisa al Festival del Futuro migliore, in occasione del quale ha ritrovato Giulietto Chiesa. I reportage di inviati di guerra dei due reporter si possono trovare, insieme a quelli di altri autori come Franco Di Mare e Tony Capuozzo, si possono leggere nel libro edito da Zeli- Baldini e Castoldi “L'Informazione deviata”. Dal capitolo “La mia avventura in Iraq” di Stefano Salvi: "L'Informazione" Lo schifo della nostra informazione è il fatto che io sia tornato dall'Iraq e che i servizi siano andati in onda su un tg satirico per sette sere consecutive, ma che nessun telegiornale abbia ripreso una parola di quello che io ho fatto e detto, non vi sembra strano? Quando sono stato preso a calci e a borsettate dalla signora Marina Ripa di Meana, il signor Mentana, direttore del Tg5, ha aperto il suo il telegiornale con questa notizia. Però, di quello che succedeva in Iraq, non gliene fotteva niente a nessuno. Ma proprio niente a nessuno. Quando ho intervistato Enrico Cuccia, tutti i mezzi di informazione, stampa, radio, televisione, ne parlarono per i venti giorni successivi, però sull’Iraq silenzio di tomba. Sulla mia intervista con Tarek Aziz, silenzio di tomba. Sui seimila bambini che ogni mese morivano a causa dell’uranio impoverito e dell’embargo, silenzio di tomba. Sui due milioni di morti in Iraq, silenzio di tomba. Su tutto ciò che è risultato dalla mia inchiesta e dal mio reportage, silenzio di tomba. Ci voleva un cretino come me, che non ha nemmeno il tesserino da giornalista, per andare in Iraq e far sapere a otto milioni di persone che cosa sta succedendo là. Io mi chiedo: “I 1750 giornalisti Rai cosa facevano?” Sono 1750 giornalisti che paghiamo tutti noi. Certo non sono da meno quelli delle reti private, ma quelli della Rai, li paghiamo direttamente noi. Anziché andare continuamente ospiti dai vari Costanzo, Cucuzza, con tutto il cucuzzaro, alzassero il culo e andassero sul posto anziché montare reportages con immagini di paesi che non sanno nemmeno dove si trovano, sui quali ti fanno pure il commento. E continuano a fare i giornalisti senza neanche uscire dalla redazione, spacciando per loro, notizie che provengono dalle agenzie di stampa. Non solo. Fateci caso: tutti i telegiornali incominciano a parlare del calendario della tizia, della cellulite della caia, della tetta rifatta della sempronia, ma non gliene frega niente a nessuno degli approfondimenti, perché dalle 20.20 in avanti è l'ora del rotocalco, non del telegiornale pur essendo ancora orario di telegiornale. Oggi i telegiornali si riducono ad essere rotocalchi e basta. Ecco perché io accetto gli inviti delle università. Perché voglio informare i ragazzi, che saranno la classe dirigente di domani, della disinformazione che viene loro riservata dalla stampa nazionale e internazionale. A me interessa parlare direttamente con la persone perché queste, a loro volta, prendano in considerazione determinati concetti, li facciano propri e se ognuno a sua volta li trasmette a trenta, quaranta, cinquanta persone forse prima o poi l'informazione sarà costretta a cambiare. Ora ci vogliono far credere che l'uranio impoverito "fa bene". Strano. Peccato che in Portorico, dove gli Americani hanno sganciato bombe all'uranio impoverito, la percentuale delle leucemie sia aumentata del 300%. Peccato che parecchi soldati italiani si debbano pagare da soli tutte le spese mediche perché hanno contratto la leucemia nei Balcani e appena si è sparsa la notizia che l'uranio "fa bene" immediatamente non risponde più nessuno di niente. E loro si ritrovano malati e con le spese mediche da pagare. Per dire che l'uranio impoverito "fa bene", hanno fatto delle ricerche su undici aree dei Balcani contro le centoventuno interessate dalla presenza di bombe all’uranio. E il periodo che hanno preso in esame per lo studio è brevissimo per cui, scientificamente, i dati raccolti non fotografano la situazione reale. Questa è la storia dell'uranio impoverito. Questa è la storia vera, reale, di quello che nessuno vuole dire e che sta succedendo. Ricordiamoci che l'Iraq non è lontano perché la dottoressa Mona Khammas, patologa di fama internazionale, in tempi non sospetti, mi disse che tutto quello che è stato sganciato nei Balcani é stato sì assorbito dal terreno, ma che il vento aveva trasportato gran parte delle radiazioni in Italia perché - parole sue - “l’uranio non conosce confini”. Infatti, la ionizzazione dell’aria in alcune zone d’Italia, soprattutto sulle coste adriatiche è pericolosamente di molto superiore alla norma, con conseguente aumento dei casi di leucemia, soprattutto infantile. Tra l’altro, guarda caso, queste zone sono proprio di fronte ai Balcani. Forse la Khammas non aveva torto. Tutte queste cose però non le diceva nessuno. Più di una volta era stato richiesto l'invio in Iraq di una commissione europea che registrasse sul campo quello che stava avvenendo. Non è mai giunta risposta. In Iraq, per far conoscere la situazione, ci è andato un cretino come me. Istituzionalmente, chi ci doveva andare, non ci è andato.
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Tarek Aziz

Stefano Salvi è intervenuto a Pisa al Festival del Futuro migliore, in occasione del quale ha ritrovato Giulietto Chiesa. I reportage di inviati di guerra dei due reporter si possono trovare, insieme a quelli di altri autori come Franco Di Mare e Tony Capuozzo, si possono leggere nel libro edito da Zeli- Baldini e Castoldi “L'Informazione deviata”. Dal capitolo “La mia avventura in Iraq” di Stefano Salvi. Per dimostrare che io non ero per niente filo-Saddam, ho intervistato Tarek Aziz e gli ho fatto presente che il governo iracheno aveva una responsabilità enorme in questo dramma. Prima di partire per l'Iraq, mi sono messo d'accordo con Ricci che, man mano avessi raccolto del materiale, glielo avrei inviato giorno per giorno, perché non volevo fare la fine di Ilaria Alpi (giornalista del Tg3) che, per essersi tenuta tutto il reportage sulla Somalia, senza aver mai mandato un'immagine, è stata uccisa e derubata di tutto lo scottante materiale raccolto in loco. Comunque, sta di fatto che anch'io ho rischiato e non poco. Nel Sud dell'Iraq ci sono gli Sciiti, i quali sono in aperto contrasto con i Sunniti (si tratta di due opposte correnti dell’Islamismo) e, quindi, con Saddam che era sunnita. Ci vuol poco a travestire quattro americanotti da Sciiti e a far fuori un cronista. Tornando alla mia intervista a Tarek Aziz, va detto che i vertici iracheni si erano resi conto che nei miei servizi non parlavo di politica, bensì della popolazione e della grave situazione in cui versavano i civili. Così, quando ho espresso la volontà di intervistare Aziz, mi hanno risposto di sì. Faccio presente che di me sapevano tutto, da chi ero a quale ruolo avessi in quegli anni in Italia. Morale: arrivo e chiedo di parlare con Aziz. Mi accoglie il segretario di Stato. Non sapevo che esistesse un segretario di Stato in Iraq. A un certo punto mi fa accomodare in una sala dove c'era una gigantografia pazzesca di Saddam Hussein e, a lato, un quadro con un paesaggio fluviale. Il segretario di stato a questo punto mi chiede: "Dove vuole fare l'intervista? Qua o là?". E io dico "Là”, sotto il paesaggio fluviale. E penso tra me e me: lui sarà anche arabo, ma io sono mezzo napoletano. In quel momento lui mi chiede: "Come mai là?". E subito io: "Perché agli Italiani il tema fluviale ricorda molto Venezia e per gli Italiani Venezia è molto importante". Giuro: ho detto questa cretinata, però l’ho detta con estrema serietà. Allora lui ci riprova e mi dice "Ma perché non vuole fare l'intervista sotto la gigantografia di Saddam?". A questo punto gli ho detto fermo e deciso:” Se lei vuole che io faccia l’intervista qua, sotto il ritratto di Saddam, la faccio qua. Ma se Lei mi chiede dove la voglio fare, la faccio dove voglio io e non dove vuole lei. Cerchiamo di non prenderci in giro”. Chiaramente ho fatto l'intervista dove voleva lui ma, considerato che tra arabi e napoletani in quanto a furbizia è una bella lotta, per tutta l'intervista ho piazzato fra il ritratto di Saddam e la telecamera il traduttore in modo tale che nell’inquadratura coprisse interamente o quasi il ritratto del Rais. Archiviato il problema inquadratura, il segretario di stato mi ha indicato la scrivania alla quale si sarebbe seduto Tarek e io, secondo lui, mi sarei dovuto sedere di fronte. A quel punto gli dissi che io avevo un mio stile e che non avevo nessunissima intenzione di cambiarlo. Infatti, tutte le mie interviste le ho fatte con l’intervistato rigorosamente in piedi, perché fossero vere e non costruite come su un set cinematografico e quindi, se voleva essere intervistato, doveva farlo a modo mio. E’ stata la prima intervista in piedi della storia di Tarek Aziz! Tutto questo l’ho fatto per far capire agli Iracheni che non ero né condizionato né condizionabile da tutto il macchinoso ed elefantiaco apparato che avevano allestito per l’intervista. Insomma, volevo fare un’intervista vera, un’intervista alla Salvi e non una farsa decisa da loro. E tutto questo l’ho fatto in casa loro! Comunque, tornando all'intervista, a Tarek Aziz, ho fatto queste specifiche osservazioni e rivolto questa precisa domanda: "Ho visto che la gente per la strada vive letteralmente nella spazzatura. Ricorda quando da bambini giocavamo con la sabbia e il secchiello? Così i bambini iracheni giocano con il secchiello e la spazzatura; giocano con la coda dei topi come noi giocavamo con la coda del gatto. E la spazzatura in alcune città raggiunge il metro di altezza coprendo stradine, strade, vialetti, viali, piazze e piazzette e mercati, con le capre che brucano un po’ di spazzatura fra un topo e l’altro e i bambini a trenta centimetri che giocano. Se consideriamo che le medicine sono inesistenti perché, almeno, non fate smaltire tutta la spazzatura che c'è sulle strade per prevenire la diffusione delle malattie e poi non mettete a punto un piano di profilassi?”. E lui mi ha risposto: “E’ colpa degli Americani. Perché non ci permettono di avere i macchinari per pulire le strade e raccogliere la spazzatura e, quindi, siamo costretti a vivere in queste condizioni”."Non è vero - ho replicato immediatamente - perché io sono passato da casa sua e il quartiere in cui lei vive è pulitissimo. Nel pieno centro di Baghdad ci sono due strade lunghissime che si incrociano, abitate da soli ricchi, che sono altrettanto pulite. L'albergo in cui io sto è in una zona pulitissima”. A questo punto il traduttore non voleva più continuare a tradurre. Allora sono andato avanti io e ho tradotto da solo. Tarek Aziz mi ha risposto: “Sì è vero, io abito in una zona tranquilla e pulita, ma pago la municipalità". "D'accordo – l’ho incalzato - allora lei deve pagare la municipalità non solo per se stesso ma anche per tutta la sua popolazione". E gli ho anche detto: "Voi usate gli Americani come alibi, così come gli Americani usano come alibi Saddam". La cosa paradossale è che, terminata l’intervista, ho rincorso Tarek Aziz nel corridoio del palazzo presidenziale, appellandolo “Scusi Tarek”, per raccomandargli un appartenente ai servizi segreti, che mi aveva fatto da scorta per tutto il periodo della mia permanenza in Iraq. Io, che non ho mai raccomandato nessuno, dovevo farlo proprio in Iraq nel palazzo di Saddam! Nel 1991 a pochissimi giorni dalla fine della guerra in Iraq, gli Americani sono arrivati a dieci chilometri da Baghdad e avrebbero avuto la possibilità di fare fuori Saddam.Come mai non lo hanno fatto? La risposta è semplice. Perché se Saddam fosse stato eliminato allora, con chi diavolo avrebbero potuto prendersela negli anni successivi? Come avrebbero fatto, senza lo spauracchio di Saddam, a giustificare la loro presenza costante in una zona strategica come quella dell'Iraq?
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Uranio impoverito

Stefano Salvi è intervenuto a Pisa al Festival del Futuro migliore, in occasione del quale ha ritrovato Giulietto Chiesa. I reportage di inviati di guerra dei due reporter si possono trovare, insieme a quelli di altri autori come Franco Di Mare e Tony Capuozzo, si possono leggere nel libro edito da Zeli- Baldini e Castoldi “L'Informazione deviata”. Dal capitolo “La mia avventura in Iraq” di Stefano Salvi. Tornando al discorso del petrolio, chiaramente siamo noi che ne stabilivamo il prezzo, non di certo l'Iraq.Un litro di benzina, l'ho già detto costava venti lire. Un litro di acqua minerale turca costava millecinquecento lire. Questo è il raffronto che bisogna fare. A titolo di cronaca, bisogna dire che in Iraq i ricchi, la classe dominante, beve proprio l'acqua di importazione turca. Che vuol dire? Vuol dire tutto. L'uranio impoverito è penetrato nel terreno. Ha contaminato tutte le falde acquifere. Essendo contaminate tutte le falde acquifere, tutto quello che cresce è radioattivo. Tutta la vegetazione è radioattiva.Tutto quello che gli animali mangiano è radioattivo.Tutto quello che gli Iracheni mangiano e bevono è radioattivo. Infatti, quando sono stato Iraq mi è stato detto che nei quindici anni successivi, il 48% della popolazione irachena avrebbe contratto il cancro. E faccio presente che il verbo "contrarre" solitamente si usa per le malattie infettive. E il 48% significa nove milioni e mezzo di persone. Non è un genocidio questo?Questa è la storia dell'Iraq e, con il reportage che ho condotto nel maggio del 2000, sono stato l'unico ad aprire in quel momento questo squarcio di informazione nel silenzio della stampa e dell'opinione pubblica.Vorrei sottolineare che il problema dell'uranio impoverito non è nato oggi, ma almeno cento anni fa nelle miniere di uranio. E i minatori di quelle miniere si ammalavano di tutte le patologie oncologiche, non ultima la leucemia. Io sono un semplice cronista che riporta quello che ha visto e quello che gli hanno detto eminenti studiosi e medici di fama internazionale. A coloro che hanno il coraggio di sostenere che l'uranio impoverito "non fa male" dico solo: "Mi sembra che la partita sia tutta aperta". Non posso non riportare quello che una dottoressa dell'ospedale di Babilonia mi ha detto. E' stata l'unica che mi ha informato che nel loro ospedale le cose andavano meglio che in altri; ma nel suo reparto di pediatria, dove mediamente ogni giorno nascevano venti bambini, ogni giorno ne nascevano quattro o cinque con malformazioni genetiche. E questo succedeva tutti i giorni in un piccolo ospedale di una piccola città. Figuriamoci in tutto l’Iraq. Questo per me è un dato di fatto. Non potevo non darne notizia e non potevo non commentarlo. E non posso non dire che l'uranio impoverito è la parte di scarto della combustione che avviene nelle centrali nucleari e che, chiaramente, bisognava trovargli una discarica (Iraq, Bosnia…). Non potrò mai entrare in competizione o in conflitto con fisici e studiosi che sostengono che "l'uranio non fa male". Le stesse cose che io vi sto raccontando mi sono state confermate anche dal rappresentante della Croce Rossa internazionale in Iraq. E non parlo per partito preso. Mai. Tutti i miei servizi e le inchieste che ho condotto alla ricerca della verità parlano per me: ho attaccato, senza problemi, politici di ogni ordine e grado e li ho sempre messi di fronte alle loro responsabilità. Non voto da sedici anni e non ho vantaggi di nessun tipo a dire una cosa piuttosto che un'altra. Vado sempre e solo alla ricerca di quelle che secondo me sono le porcherie che il mondo dell'informazione ci tiene nascoste. Io volevo delle risposte, ho fatto la valigia e sono andato direttamente in Iraq a cercarle. Dall'Iraq sono tornato con le mie gambe, pur avendo rivolto a Tarek Aziz ( vicepremier iracheno) domande che nemmeno il traduttore aveva il coraggio di rivolgergli.
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